La Stanza Chiusa

Se ruoti una chiave nella toppa di una serratura, durante una notte buia, il semplice suono degli ingranaggi che scorrono farraginosamente incute timore, raggela il sangue, fa accapponare la pelle. Eppure oltre quella barriera di legno potrebbe trovarsi una stanza vuota. Non in questo caso. La porta cela una camera, piccola, angusta, umida, e un segreto. Come si entra in una stanza senza possederne le chiavi? Semplice, non si entra. O se proprio si vuole osare si forza la serratura, si rompe una finestra, si trova un modo meno usuale. Ma ciò che risulta veramente impossibile, molto più dell’entrare in una stanza con la porta chiusa a chiave, è uscirne.

Se la stanza è vuota è fisiologico tirare un sospiro di sollievo, evidentemente il vociare sentito qualche ora prima e cessato improvvisamente non preludeva a nulla di inquietante. Un primo brivido sale lungo la schiena solo quando la luce non si accende, nonostante i vari tentativi, e si ha necessità di una torcia per scorgere oltre l’ulteriore barriera del buio. Si scorgono poche porzioni. Parte di un pavimento, un letto, una scrivania, la porta socchiusa del bagno. Una fievole luce che arriva proprio da quella stanza e timidamente illumina il comodino posto affianco al letto. Si intravede una strisciata scura, di una qualche sostanza viscosa, che segue quella scia luminosa, sparendo dietro la porta. Cosa fare?

«Cosa sarà?», chiese Renzo, il custode del motel. Non ci perderemo in descrizioni, concentriamoci sulla storia.

«Non vorrei scoprirlo.», il camionista che lo ha avvisato, dopo il litigio e lo strano silenzio, può sembrare uno dallo stomaco forte.

La porta andrebbe comunque scostata, bisogna capire cosa sia successo all’interno. Non appena aperta la fievole luce che arriva da una candela accesa posta in terra e tenuta in piedi dalla cera sciolta, incollata in terra, illumina l’intera stanza. Nel buio più completo anche una piccola luce può sembrare un faro. Le lenzuola sono sul letto, la coperta in terra. Quella sostanza scura è ovunque, riga il pavimento, crea forme inquietanti e termina sempre nel bagno, il cui pavimento bianco lascia intuire il vero colore della sostanza: è rossa.

Renzo scivolò e venne sorretto dal suo amico appena conosciuto. La striscia si fece disordinata, meno lineare, e, poco distante dallo scivolone, più intensa. Terminava sotto il lavandino, rotto, spaccato di netto da un colpo fortissimo. La stanza era ancora vuota. I due uscirono dal bagno. Illuminarono le coperte che giacevano ai piedi del letto. Erano sporche. Un odore nauseabondo li costrinse a tappare il naso. Le scostarono. Non contenevano nulla, coprivano solo una macchia di quella sostanza, la quale aveva impregnato la moquette. Guardarono il letto, disfatto, scostato dal muro, con il materasso solo in parte poggiato sopra la rete.

«Questo è sangue.», disse il camionista disgustato, trattenendo un conato.

«Arriva fino alla scrivania.» o meglio, partiva proprio dalla scrivania. Su di essa, poggiati sul piano, si trovavano dei fogli, scritti, macchiati, oltre che dall’inchiostro fuoriuscito da una penna stilografica poggiata lì affianco, da macchie dello stesso colore di quelle trovate nel bagno.

Renzo toccò il foglio, era ancora fresco. Si macchiò con l’inchiostro e con il sangue. Lesse a voce alta quelle poche righe: «Mi segue da tutto il giorno, non posso più liberarmene. Sono riuscito ad attirarlo fin qua, lontano da tutti. Ora…», concludeva con una linea che percorreva la restante lunghezza del foglio e delle macchie d’inchiostro.

«Chiamiamo la polizia.», gridò il camionista.

«La penna è bel riposta. Dev’essere caduta e qualcuno si è preoccupato di poggiarla nuovamente sulla scrivania.», pensò lucidamente Renzo. Ottima intuizione, chi cade o viene trascinato via non ripone ordinatamente una penna.

«Non possiamo stare qui, dobbiamo chiamare la polizia.», continuò a gridare l’uomo.

«Non c’è un corpo. Sangue ovunque, segni di lotta, ma la stanza è vuota ed era chiusa a chiave.»

«Magari è uscito dalla porta, ferito, ed è andato via. Chiamiamo la polizia adesso.»

«Non con quelle ferite. E non c’è sangue verso la porta d’ingresso»

La porta si chiuse improvvisamente. Si voltarono terrorizzati. Le torce si spensero e l’unica luce disponibile rimase quella della candela in bagno. L’unica variabile non considerata dal vecchio custode. Il freddo si impadronì della stanza. I due iniziarono a tremare. Si trema quando si è spaventati. Poteva essere solo una porta che si chiudeva a causa del vento, ma non tirava vento. La candela si consumò e si spense.

Nel silenzio della notte, rotto solo dal grido spietato di due gatti che combattevano, una chiave ruotava nella toppa di una serratura, la porta si apriva in una stanza vuota. Il letto era rovesciato, così come la scrivania. Dei fogli illeggibili, intrisi di sangue, giacevano sul pavimento a pochi passi dall’ingresso. Una penna perfettamente pulita era adagiata al loro fianco. La porta del bagno era socchiusa e una fievole luce proveniva dall’interno, illuminando una porzione del comodino e svelando una striscia di sostanza scura e viscosa che penetrava all’interno. Dentro tre candele accese erano state incollate al pavimento dalla cera stessa.

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