Cos’è una storia?

Iniziamo a parlare in uno spazio dedicato a qualche riflessione sulla scrittura, sull’editoria, su argomenti che potrebbero stimolare la curiosità. Queste righe non vogliono porsi come un trattato organico che spieghi le modalità in cui si struttura una storia, in cui si creano dei personaggi, e tantomeno un profondo esame dei significati profondi del tema trattato.

Si potrebbe partire dal significato della storia: la storia è un dono. Se esaminiamo un qualsiasi racconto, un libro, un romanzo, ci rendiamo conto che sviluppa una trama, da un punto di vista tecnico, ma regala svago, fantasia, immaginazione o spunto di riflessione. E proprio la fantasia, lo svago dovrebbero occupare il centro su cui ruota l’intera struttura della storia. Una storia è lo sforzo creativo, il divertimento nell’inventare, intrecciare, creare. Non pensiamo a morali stratosferiche, che mai provocheranno una qualche reazione o sussulto di etica nei bambini, nei ragazzi e negli adulti. Bisogna cambiare prospettiva, accantonare l’idea di un racconto creato per insegnare. 

Insegnare cosa? La direzione in cui incanalare la propria vita? La morale da seguire?

Probabilmente in passato l’utilità di una qualsiasi storia, di ogni racconto, poteva essere allineata a questa specifica esigenza, ora, invece, la morale è sfaccettata, così come l’insegnamento, così come la cultura, è impossibile quindi dare una direzione comune. Spogliamoci dell’idea secondo cui un romanzo debba obbligatoriamente provocare un qualche effetto, benefico o malefico sul comportamento umano. Uno scrittore, ad oggi, non è più l’intellettuale acculturato che ha il dovere di esporre il giusto ideale da perseguire, o quantomeno in parte qualcuno ha le capacità e la levatura intellettuale per poter proporsi in un ruolo così delicato. Perciò non si può pensare che una storia sia intrisa di verità, di quell’alone di santità indispensabile per l’uomo, una storia è una storia. Lascia il tempo che trova, è di passaggio nella vita di ognuno, per alcuni una compagna di vita, per altri una compagnia fuggevole. Passa, ci tiene compagnia, e ci abbandona, lasciando, nel caso in cui abbia scalfito nel profondo, un senso di commozione, di mancanza. Questa è la storia, semplice, leggera, fantasiosa, spensierata, che coinvolge, un dono dell’autore per chiunque ami passare del tempo nella lettura, all’interno del suo mondo.

Così possiamo smetterla di demonizzare le storie horror, cupe, violente. Non hanno l’utilità di insinuare violenza in chi legge, in particolar modo se vengono sottoposte a a menti labili, ancora da plasmare. Hanno l’utilità di raccontare il mondo, reale o fantastica, in tutta la sua bellezza, nella sua meraviglia, ma anche nella sua crudezze, nella sua violenza. E proprio in questo secondo caso si deve raccontare in modo diretto, come un pugno nello stomaco, non esiste un modo delicato per esprimere la violenza. Ma quella violenza non ha l’obiettivo di convertire ad essa chiunque ne legga, come non ha l’obiettivo di acuire il gusto del macabro. La vita non è tutta un grande prato fiorito in cui camminare scalzi e spensierati. Una storia diverte solo quando è reale, riproponendo le scene della vita di un vero essere umano e di una società. Il tutto deve essere amalgamato, realistico, sono le uniche caratteristiche essenziali per rendere coinvolgente la trama. La realtà, la veridicità è l’elemento che attribuisce alla mera e fredda tecnica un’anima.

E concludiamo con una considerazione, non un consiglio, per il quale esistono sicuramente autori molto più illustri, come si scrive una storia? Una storia non si scrive seguendo schemi, con una tecnica precisa. Bisogna liberarsi di tutto, crearsi i propri schemi, divertirsi con le storie, con i personaggi e, come vedremo nella prossima rubrica, giocare con tutti questi elementi, con la stessa fantasia e maestria dei bambini.

Quindi un unico segreto: pensare e divertirsi come i bambini.

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