Il coraggio di scegliere

Fin da piccolo aveva seguito i piccoli animali, lucertole, gechi, come tutti i bambini normali. Quando li catturava, però, si divertiva a stringerli, torturarli con dei bastoncini appuntiti o del fil di ferro, che infilava in profondità nella carne. Rideva mentre si contorcevano e li finiva solitamente staccandogli la testa. Poi li sotterrava. Aveva rispetto per quegli animali, ma solo da morti. Così crescendo aveva avuto rispetto per le persone solo da morte. Da adolescente aveva iniziato a torturare animali sempre più grandi fino ad arrivare ai gatti e qualche piccolo cane. Iniziò a pensare di essere uno psicopatico e che la sua missione fosse quella di fare lo stesso agli umani.

Quella mattina uscì presto di casa. Come sempre doveva saltare oltre le macerie che ricoprivano la via in cui abitava e molte altre vie della città. I bombardamenti del mese precedente avevano lasciato enormi squarci nei palazzi, tra le case, lungo le strade. I militari avevano avuto la meglio e ora giravano per la città, arroganti, sprezzanti della vita di quelle povere persone. Un posto in cui abbassavano la guardia però esisteva. Era un piccolo bar che sorgeva in un vecchio palazzo graziato dalle bombe. Il piano terra era un bar, i piani superiori ospitavano un vero e proprio bordello. Lì i soldati erano sbronzi e nudi, praticamente indifesi.

Si appostò sul retro del locale, in un viottolo chiuso che finiva all’interno del piccolo cortile di una casa semidistrutta dai bombardamenti. Solo verso sera la porta si aprì e la giacca grigia di una divisa seguita da una fascia rossa lanciate sulla strada, precedettero un militare, barcollante, a torso nudo. Fu il suo momento. Si avvicinò e lo afferrò dal braccio.

«E tu chi cazzo sei?», chiese l’uomo, biascicando quelle poche parole.

«Venga con me, la accompagno al campo.», disse il ragazzo.

In realtà lo accompagnò all’interno del cortile. Entrarono nella casa, per la precisione nell’unica stanza in cui ancora le quattro mura erano in piedi. Lo fece sedere su una vecchia sedia di legno e lo legò con una corda. Aspettò pazientemente che passasse la sbronza.

Dopo qualche ora si svegliò, si guardò intorno impaurito ed esclamò: «Dove sono? E tu chi cazzo sei? Mi hai legato tu?»

Il ragazzo lo guardò e annuì.

«Slegami, coglione! Così posso ammazzarti!», gridò il soldato, agitandosi.

«Se me lo chiedi in quel modo non lo farò.»

«E come dovrei chiedertelo? Per cortesia mi sleghi?», continuò a gridare a denti stretti il soldato.

«Non ti slegherò comunque, però se prometti a una persona di ucciderla, questa non sarà propensa ad aiutarti.», rispose con un’incredibile tranquillità, mentre afferrava uno alla volta una serie di coltelli di varie dimensioni e ne osservava attentamente le lame, sollevandoli in favore di una delle candele che illuminavano la piccola stanza.

«Tu sei pazzo, cosa vuoi farmi?», chiese il militare, evidentemente spaventato dal comportamento del ragazzo.

«Voglio ucciderti.»

L’uomo spalancò gli occhi, dicendo: «È per quello che ho fatto? Io sono un militare, eseguo gli ordini, non sono un assassino.»

Il ragazzo scosse lentamente il capo e rispose, impassibile, continuando nella sua operazione: «Io sono un assassino, voglio ucciderti perché mi piace farlo, non importa chi tu sia, né cos’hai fatto.»

L’uomo lo guardò, dagli occhi traspariva tutto il terrore che provava in quel momento. Il ragazzo si avvicinò a lui con un coltello affilato in mano e iniziò a far scorrere la lama sul petto del militare. L’uomo inizio a urlare.

«Non ti sto tagliando, perché urli?», chiese con tono di voce monotono il ragazzo.

L’uomo fece silenzio. Tremava. Batteva i denti. La vena sul collo, oramai gonfia, pulsava vistosamente.

«Tu non sai di cosa sono capace io.», disse l’uomo, con un filo di voce, nell’estremo tentativo di salvarsi o, quantomeno, guadagnare tempo.

«Cosa avresti fatto?», chiese il ragazzo.

«Ho torturato e ucciso, uomini, donne, bambini.»

«Quale colpa avevano?»

L’uomo sospirò e, con le lacrime agli occhi, rispose: «Nulla.»

«Tu uccidi degli innocenti, non sei diverso da me. Anche io uccido per divertimento.», disse il ragazzo, continuando a far scorrere la lama sul corpo del militare.

«Io non ho mai ucciso per divertimento.»

«Allora perché uccidi?», chiese il ragazzo, evidentemente incuriosito.

«Sono ordini, lo faccio perché mi ordinano di farlo.»

Il ragazzo scosse ancora il capo: «Si eseguono gli ordini se si uccidono i nemici. Donne, bambini, uomini innocenti non sono nemici.»

«Il nemico è ciò che ti insegnano che lo sia. Quelli sono i nostri nemici.»

«E che colpa hanno per essere considerati nemici?»

«Sono nati.», rispose con sicurezza il militare.

«Non è una colpa.», disse il ragazzo, puntando il coltello contro il petto del militare e iniziando a imprimere un leggera pressione.

«Non farlo! Ti prego!», gridò il soldato.

«Se mi implori non cambio idea.», disse il ragazzo, premendo con più forza. Un rivolo di sangue iniziò a rigare il petto dell’uomo.

Il militare iniziò ad ansimare e continuava a gridare. Il ragazzo osservava la ferita che lentamente si allargava e il sangue che sgorgava sempre più copioso. Sollevò lo sguardo e incrociò quello del soldato. Era terrorizzato. Quel terrore lo eccitava, ma non trovava il coraggio di affondare.

“Non ci riesco”, disse tra sé con rabbia, una rabbia che non era mai riuscito ad esternare, nemmeno quando da piccolo veniva sgridato dai genitori e avrebbe dovuto piangere. Nessuna emozione. Nessun amore. Nessun odio. Nessuna rabbia. Il nulla. Smise di premere e allontanò il coltello.

L’uomo lo guardava con gli occhi spalancati, le gocce gli rigavano il viso, ma il corpo era completamente bagnato di sudore e sangue. Ansimava.

«Lasciarti vivere è una punizione abbastanza severa. La sofferenza delle tue azioni ti perseguiterà per tutta la vita.», dette queste parole ripose il coltello e uscì dalla casa.

Tornò nel vicolo e si incamminò verso la strada principale. Era ormai notte fonda. Il ragazzo sentì una voce alle sue spalle. Aveva lasciato i coltelli nella casa e il militare li aveva raggiunti, liberandosi. Era uscito e aveva trovato la sua giacca, ancora davanti alla porta del locale, insieme al cinturone e alla pistola. Il ragazzo si voltò. Il soldato lo teneva sotto tiro. La sua faccia era contratta in un’espressione d’odio. Respirava sempre più profondamente e rumorosamente. Il ragazzo lo guardava impassibile. Non provava assolutamente nulla. “Userà la stessa premura? Mi lascerà andare o mi ucciderà?”, pensò e, voltandosi, riprese a camminare.


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