Come si insegna l’odio?

L’odio è probabilmente il sentimento più controverso dell’uomo. Difficile da categorizzare, esattamente come l’amore, impossibile da comprendere fino in fondo. Sì, esattamente come l’amore, l’opposto di esso, l’opposizione di cui vive il mondo e si nutre l’uomo.

Proprio sull’odio, a distanza di qualche giorno dal 27 gennaio, si proverà a proporre una riflessione diversa. Conosciamo bene le conseguenze dell’odio, sappiamo fino a che punto si possa spingere l’umanità, ma abbiamo difficoltà a individuarne le motivazioni e, soprattutto, come si convincono milioni di persone ad odiare?

Sì, perché il problema non è l’odio individuale, ma l’odio comune. Eppure le risposte sembrano essere semplici, si possono individuare nell’essenza stessa dell’essere umano, nella sua socialità, nella sua natura. La comunicazione umana è probabilmente ciò che permette la sopravvivenza, ma è anche la più grande arma di distruzione, grazie alla persuasione delle grandi folle. Proviamo quindi un piccolo esperimento, metteremo a confronto il pensiero degli anni trenta e quaranta del novecento con il pensiero di oggi, senza nessun riferimento ad alcun orientamento politico, semplicemente leggendo il pensiero della società del nostro tempo.

Partiamo proprio dalla Germania nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, un paese distrutto, umiliato sotto tutti i punti di vista, che deve fare i conti con una moneta svalutata, un esercito inesistente e le sanzioni degli stati vincitori. Una nazione ridotta in questo modo trova la salvezza solamente in chi può offrire soluzioni immediate. Non si entra nel merito sull’opportunità o meno di colui che è salito al potere, piuttosto sulle conseguenze di questo.

L’odio è l’arma più efficace che Hitler trova per convincere un popolo che il proprio riscatto è a portata di mano, questo, unito a una comunicazione pressoché perfetta, porta inevitabilmente alla coesione della Germania contro il loro grande nemico. Quale nemico? Certo, il nemico è essenziale se si vuole raggiungere uno spirito di squadra. A volte questo è chiamato più sportivamente e in modo più corretto “avversario”, ma il risultato è esattamente lo stesso. Iniziamo quindi a pensare che non basta cambiare il nome perché l’odio si trasformi in competitività e, di contro, basta cambiare il nome perché la competitività si trasformi in odio. Ebbene sì, la comunicazione fa miracoli.

I punti cardine della comunicazione hitleriana sono pochi e si potrebbero elencare in questo modo, volendo ovviamente semplificare all’esasperazione un fenomeno molto più complesso:

  • odio verso l’Europa, rappresentata dagli stati vincitori della prima guerra mondiale;
  • necessità di riacquistare una forte identità nazionale, di unione e coesione;
  • necessità di trovare un nemico alla portata su cui scaricare le frustrazioni del popolo.

Quindi l’Europa è cattiva, ci ha oppresso. La nostra è una grande nazione e per riprenderci dalla crisi voluta dai poteri europei non possiamo fare altro che chiuderci nei nostri confini e riprenderci i territori che ci sono stati estorti. Loro hanno permesso che si insinuasse un nemico esterno, persone che ci rubano il lavoro, che occupano i posti di potere, che portano le loro tradizioni minando l’unità nazionale. Semplice, anzi banale. Non è difficile creare l’odio.

Questa breve riflessione ricorda qualcosa? Esatto, l’idea della società odierna non si discosta da questa visione. Magari tra i governanti è tramontata l’idea di ampliare lo “spazio vitale” della propria grande nazione, ma instillare odio, in tutte le sue forme, è ancora miglior metodo comunicativo conosciuto. E si badi bene: l’odio, non l’amore. Perché l’odio si basa sulla rabbia e sulla frustrazione, già fortemente diffusa, l’amore spesso bisogna farlo sorgere e accettare il diverso per costruire sull’amore è troppo complesso. Per fare un esempio: è più semplice ristrutturare una casa di cui rimangono in piedi solo le mura o raderla al suolo e ricostruire l’edificio da zero, magari più grande, confortevole e moderno?

Il problema è che per l’animo umano non si distrugge con l’odio e ricostruisce con amore, se la casa la si costruisce con la paglia non la si può chiudere con un tetto di cemento, crollerebbe.

L’odio si insegna, l’odio si vive, perciò, con il senno di poi, non si può giudicare chi ha fatto del male, chi ha eseguito degli ordini. Ciò non giustifica quanto avvenuto né giustifica chi ha commesso crimini, a qualsiasi livello, ma il giudizio non può essere dato dal momento che l’educazione plagia le menti, il nemico diventa colui che ti insegnano sia il cattivo, perciò, anche nel peggior crimine della storia, eseguire degli ordini è la banale e paradossalmente sensata spiegazione.

Comunicazione ed educazione sono i cardini del comportamento umano, chi possiede entrambi controlla la popolazione, ha il potere, può perpetrare il più abominevole tra i crimini. Per questo motivo l’educazione libera e la libertà di pensiero sono la salvezza dell’umanità. La vera libertà di pensiero, non quella incantata dal buonismo, dal politicamente corretto, ma il pensiero cosciente, incanalato da un’educazione del rispetto e scevro da ogni giudizio.


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