Il Gioco del Caso

La vita è dipendente dal destino. Il destino è il concatenarsi degli eventi. Nessuno controlla il destino, ma qualcuno lascia che gli eventi siano in balia di esso…

Il cellulare squillava incessantemente, con insistenza. Le chiamate si susseguivano una dietro l’altra, senza tregua. La donna si avvicinò leggendo il numero che appariva sullo schermo, non era salvato nella rubrica del marito.

«Amore, il cellulare suona e il numero non è salvato, rispondo?», chiese la donna.

«Ma guarda…», disse guardando la macchia di caffè sul top di marmo bianco dell’isola e la tazza rotta per terra. Sospirò.

«Amore.», provò a chiamare nuovamente.

L’uomo non rispose, probabilmente il rumore della doccia gli impediva di sentire le voci all’esterno del bagno. La donna decise di rispondere. Sentì una voce dall’altro capo del telefono. Spalancò gli occhi, la bocca si impastò, non riuscì a rispondere. Scostò il cellulare dall’orecchio e guardò lo schermo che lentamente diventava nero. Lo appoggiò sul tavolo. Andò verso la cucina, aprì un cassetto, estrasse un coltello, il più lungo e affilato che trovò. Andò verso il bagno ed entrò.

L’attico era spazioso, rifinito ottimamente, con un arredamento minimale e moderno di ottima fattura. Il grande soggiorno, separato dalla cucina da una grande porta scorrevole, ospitava un grande divano, comodissimo secondo gli ospiti che spesso si sedevano per bere un caffè o per gli aperitivi che precedevano le numerose cene che la famiglia amava offrire agli amici. Davanti ad esso un enorme televisore, ideale per guardare le partite.

La ragazza entrò dalla porta d’ingresso e salutò: «Ciao mamma.», per poi voltarsi verso il ragazzo che la seguiva: «Penso che non ci sia nessuno.», disse sorridendo. Sarebbero dovuti essere a scuola, ma si era rotta una tubatura di un bagno e la scuola si era allagata.

I due entrarono e si diressero sul divano. Il ragazzo si sedette e la ragazza si mise a cavalcioni su di lui.

«Aspetta, controlla che non ci sia veramente nessuno.», disse, schivando la ragazza che provava a baciarlo.

«Che palle. Vado.», disse alzandosi.

Si affacciò nella camera dei genitori, nella sua, nello studio in cui solitamente lavorava il padre. Non sentì nulla, quindi entrò nella stanza. Lo studio aveva il suo fascino. All’interno era colmo di oggetti provenienti da ogni parte del mondo, da quando era bambina si soffermava a guardarli e ne rimaneva estasiata. Ne prese in mano qualcuno e approfittò di quel momento, il padre di solito non le permetteva mai di toccarli. Si rese conto che erano passati diversi minuti, quindi ripose quel bellissimo dente di balena intarsiato e tornò in soggiorno. Il divano era vuoto. Aprì la porta della cucina, non c’era nessuno, notò solo un cellulare poggiato sul piano di marmo bianco dell’isola. Si avvicinò pensando che fosse quello del fidanzato. Lo afferrò e si rese conto che si trattava dello smartphone del padre. Lo ripose sul piano. Il ragazzo sembrava sparito. Pensò che fosse andato via. Si sedette pesantemente sul divano, prese il telecomando e accese la televisione, con gli occhi lucidi.

Era tardi. La sveglia quella mattina non aveva suonato. Si era alzato di soprassalto, non aveva trovato al suo fianco la moglie. Di solito si alzava molto prima di lui, all’alba, ma preferiva non disturbarlo. I suoi orari invece variavano, lavorava come un libero professionista, senza impegni fissi. Quella mattina aveva un appuntamento importantissimo. Non parlava mai con la moglie del suo lavoro e lei non si era mai interessata a ciò che faceva il marito. Si chiamavano amore, ma probabilmente l’amore vero non era mai scoppiato tra i due. Lei usciva quando voleva, senza giustificarsi per le amicizie che frequentava. Anche lui faceva lo stesso e la tradiva con una ragazzina. Lei lo sapeva e la cosa sembrava non disturbarla.

L’uomo si lavò velocemente e corse in cucina. Preparò e bevve il caffè mentre finiva di allacciare la giacca. Poggiò il telefono che squillava senza sosta sul top in marmo bianco dell’isola, sbuffando. Si voltò e uscì dalla cucina, dimenticando lì lo smartphone.

«Amore, io esco.», disse ad alta voce, senza ottenere nessuna risposta.

Si guardò distrattamente intorno mentre afferrava le chiavi dal tavolino dell’ingresso e le infilava in tasca.

«Dove si sarà cacciata…», disse tra sé.

Aprì la porta e sentì in lontananza della musica, probabilmente arrivava da una delle stanze, adibita a palestra: la moglie adorava fare esercizio con la musica alta la mattina, ma lui ovviamente non lo ricordava mai. Sospirò sollevando gli occhi al cielo e uscì.

Il ragazzo seguiva la fidanzata lungo le scale. L’ascensore era occupato, qualcuno scendeva dall’ultimo piano. I due ragazzi non avevano voglia di aspettarlo. Arrivarono al portone. Entrarono. La casa era grande, moderna. L’attenzione del ragazzo fu subito catturata dal grande schermo del televisore. Nessuno rispose al saluto della ragazza. Lei lo afferrò per un braccio e, sorridendo teneramente, lo portò sul divano. Si sedette a cavalcioni su di lui e provò a baciarlo.

«Aspetta.», disse lui schivandola: «Prima assicurati che non ci sia nessuno.»

La ragazza si alzò contrariata e iniziò a controllare le stanze della casa. Lui si guardò intorno. Si alzò dal divano e iniziò a girare in quell’enorme soggiorno. Sentì uno strano rumore, sordo e insistente. Lo seguì. Entrò in cucina e si rese conto che era un cellulare che vibrava. Si avvicinò curioso, qualcuno chiamava. Afferrò anche un tazza poggiata affianco, dentro c’era ancora del caffè. Guardò il disegno con la scritta impressa sopra e rise. Sentì un rumore alle sue spalle e si voltò di scatto. La tazza cadde e si ruppe. Era solo il motore del frigorifero.

«Cazzo, mi sono sporcato.», disse con voce bassissima, aveva una macchia scura sulla maglietta bianca.

Ancora spaventato uscì dalla cucina, richiudendo la porta scorrevole. Sorrise pensando a quanto fosse stato stupido. Iniziò a cercare il bagno. Vide una porta socchiusa, all’interno intravedeva uno studio. Proseguì e aprì la porta davanti a lui, era proprio ciò che cercava. Entrò e chiuse. Tolse velocemente la maglietta per lavarla nella doccia, ma si rese conto che era troppo grande per raggiungere il miscelatore senza bagnarsi. Decise di spogliarsi e approfittarne per togliersi il caffè da dosso, ci avrebbe impiegato solo pochi secondi. Entrò e aprì l’acqua. Rise pensando alla faccia che avrebbe fatto la sua ragazza quando si sarebbe resa conto che si era fatto una doccia a casa sua.

Sentì la porta aprirsi. Immaginava fosse la ragazza. Faticava a trattenere le risate pensando alla sua faccia. Il vetro era satinato, vedeva solo un’ombra. Diede le spalle al vetro, pronto a voltarsi non appena lei si fosse avvicinata. Sentì la porta in vetro della doccia aprirsi. Non fece in tempo a voltarsi. Sentì un dolore lancinante nella parte alta della schiena. Spalancò gli occhi e la bocca. Non aveva il fiato per urlare. L’acqua si tinse di rosso. Sentì qualcosa di freddo che scorreva dentro la sua schiena, lungo la spina dorsale. Un altro colpo e ancora dolore, poi di nuovo, ancora. Questa volta nessun dolore. Cadde e non sentì più nulla.


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