Nel Nulla

Il bosco è grande, immenso. A volte, quando si cammina tra quell’intrico di alberi, radici e cespugli, sembra quasi di perdere l’orientamento. In alcune zone il cielo è perennemente coperto, poiché le chiome degli alberi non permettono che la luce penetri, illuminando il sottobosco. I fusti poi, tutti uguali, non danno nessun punto di riferimento. Sembra che la foresta voglia proteggere se stessa da chi arriva dall’esterno. Cinghiali, orsi o altri animali selvatici sembrano orientarsi senza problemi, riconoscendo vie e strade anche dove l’occhio umano si perde. Questi animali sono l’essenza della foresta, sue creature che ne rappresentano la vita stessa. Eppure c’è un momento in cui nessuno riesce a ritrovare la via di casa, né loro né nessun altro, un momento in cui tutto sparisce per sempre, nel nulla…

Camminando si doveva fare attenzione alle radici. Fuoriuscivano di tanto in tanto dalle foglie e dalle sterpaglie, per poi rituffarsi in quel morbido materasso, diventando così più insidiose. Il dottor Ridley cacciava spesso tra quegli alberi e ogni volta ripeteva le stesse parole al figlio di dodici anni: «Devi fare attenzione, Peter, le radici possono essere insidiose.»

Solo lui portava il fucile sulla spalla, mentre Peter seguiva, silenzioso per la maggior parte del tempo. A lui piaceva ballare, la caccia non era il suo passatempo preferito, anzi, la odiava. Ma il dottore, non appena calava l’umido dell’autunno, insisteva ogni fine settimana. Pensava che la danza non fosse adeguata per un uomo, perciò doveva forgiarlo a suo modo, come il padre aveva insegnato a lui, e suo nonno prima ancora.

Si fermarono nelle vicinanze di un ruscello. Il rumore dell’acqua scrosciante e il vento gelido che soffiava direttamente sulle loro guance non fecero sentire a quell’enorme alce né il loro odore, né il rumore. L’odore umido del muschio che cresceva sulle rocce e sulle cortecce degli alberi riempiva anche le loro narici. Si sdraiarono entrambi. Era enorme. I palchi erano maestosi. Un animale gigantesco. L’uomo sparò. Solo un fievole gemito, quasi arrendevole, e la bestia franò a terra. Sotto i loro piedi tutto tremò.

«Guarda Peter, non ne avevo mai colpito uno così grosso.», disse il dottore, correndo verso l’animale.

Il ragazzino lo seguì con gli occhi lucidi, lentamente. Si fermarono entrambi in prossimità dell’alce: «È il centesimo animale che uccido, dobbiamo festeggiare.», disse Ridley, voltandosi con il petto gonfio verso il figlio: «Cosa fai? Piangi? Sei proprio un bambino stupido e senza palle.», disse con disprezzo, voltandosi sorridente verso l’animale che giaceva in terra.

Improvvisamente il cielo nuvoloso fece filtrare un fortissimo raggio di luce che, oltrepassando la fitta vegetazione, colpì l’animale. Durò un solo secondo. Delle nuvole scure si addensarono immediatamente. La luce del giorno divenne tenebra. Solo dei lampi illuminavano il cielo e proiettavano le inquietanti ombre degli alberi sulla carcassa, che a Peter sembrò quasi muoversi. I potenti tuoni squassavano la pace della foresta. Il grido di un orso rimbombò in lontananza. Poi il silenzio. Buio e silenzio.

«Che succede?», chiese l’uomo, più spaventando del silenzio che dai boati precedenti.

«Ho paura.», gli fece eco il bambino, interpretando il sentimento di entrambi.

«Non devi avere paura, sei un uomo.»

In quel momento dei tamburi suonarono in lontananza. Prima lenti, incessanti. Poi sempre più veloci. Uno stormo di uccelli si alzò in volo con un frastuono assordante. L’uomo si voltò di scatto e rimase in posizione guardinga, ansimante. Il suono si avvicinava portando con sé delle voci, basse, profonde, una sorta di macabro canto che seguiva il ritmo incessante dei tamburi.

«Questi chi sono?», chiese il ragazzo, piangendo, rannicchiato sotto il tronco di un grande albero.

«Tranquillo, sono armato.», rispose il padre, sicuro di sé, puntando il fucile tra la vegetazione.

Era il suo centesimo animale. Negli anni ne aveva ucciso tanti, forse troppi. La foresta viveva in funzione della vita stessa, sincronizzata con ogni essere. Il bosco non lo poteva permettere.

Nessun verso di animale, nessun rumore, solo il battere di tamburi, solo il vociare profondo. Nessuno davanti al dottore, nessuno alle sue spalle.

«Peter, dove sei?», gridò l’uomo, il bambino non era più vicino al tronco dell’albero.

Il battere dei tamburi si fermò, così come il vociare. L’assoluto silenzio si impadronì della scena. Talmente silenzioso da penetrare nelle orecchie. Talmente silenzioso da sentire il sangue che scorreva nelle vene della testa. Gli occhi spalancati dell’uomo. I battiti che aumentavano.

«Peter!», gridò ancora.

Nessuna eco. Ancora il silenzio. Il rumore del sangue costretto nei vasi sanguigni che faticava a scorrere. La pressione che aumentava nei timpani, quasi fino a fare male. Sentì un peso nel petto.

“Sto morendo”, disse tra se l’uomo, pensando di avere un infarto.

I secondi sembravano minuti, i minuti delle ore. Il buio lo circondava. E ancora quella pressione che quasi gli entrava nel cervello. Gridò ancora. Parole incomprensibili. Il sangue, sempre più freddo, sempre più veloce, sempre più rumoroso. Gli occhi spalancati oramai erano iniettati di sangue. I capillari del naso iniziarono a rompersi per via della tensione e il sangue a gocciolare sulla giacca. Guardò un’ultima volta in direzione dell’albero. Non vide traccia del figlio. Guardò verso l’alce. Vide solo il segno lasciato dall’animale nel terreno, ma della bestia nessuna traccia. Si guardò intorno terrorizzato. Brandiva il fucile senza sapere da quale parte mirare. Sparò. Il suono lo assordò. Urlò ancora lasciando cadere l’arma per terra. Anche lui cadde in ginocchio.

«Peter, dove sei?», gridò con tutto il fiato che aveva in corpo.

Si tranquillizzò improvvisamente. Ancora il silenzio. Si sentiva oppresso. Controllò il respiro fino a farlo diventare regolare. Il sangue scorreva più lentamente, ma lo sentiva ancora pulsare. Scostò frettolosamente le foglie. Afferrò un pezzo di legno. Afferrò il fucile e incastrò il legno in corrispondenza del grilletto. Si mise in piedi. Appoggiò il calcio dell’arma in terra, il mento sulla canna. Portò il piede all’altezza del grilletto e premette leggermente sul legno. Si fermò. Il silenzio lo opprimeva. Le orecchie sembravano sul punto di scoppiare. Gli occhi pulsavano. Il fruscio inquietante del sangue nelle vene si sentiva nitidamente. Chiuse gli occhi. Premette a fondo con il piede. Uno sparo, potente, secco, spezzò quell’innaturale silenzio.

La tempesta era durata qualche minuto. Strano ma non inusuale in quella zona. I fulmini e i tuoni avevano lasciato lo spazio a un cielo limpido. Nella foresta si potevano sentire nuovamente il fruscio delle foglie mosse dagli animali, piccoli e grandi, gli uccelli che cantavano, felici del ritrovato calore del sole, l’acqua del ruscello che scorreva. Oltre il ruscello un raggio di sole illuminava un grande alce abbattuto e al suo fianco un cacciatore che, roso dai sensi di colpa, giaceva al suo fianco. Poco distante un ragazzino accovacciato sotto il fusto di un albero. Si alzò e si avvicinò all’alce. Si inginocchiò e lo accarezzò con tenerezza. Si rialzò e si avvicinò all’uomo, lo guardò con disprezzo, sorrise sinistramente e si allontanò, sparendo tra la fitta vegetazione della foresta.


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