Editoria e Business

Proseguendo la rubrica settimanale ci si può trovare davanti a un titolo che apre infiniti spunti di discussione, ma anche di critica. L’intenzione non è certo quella di criticare l’operato di ognuno, di una casa editrice come di un autore, poiché ognuno ha la libertà di agire, vivere e creare ciò che preferisce e nessuno può presentarsi con la presunzione di possedere la verità assoluta o la ricetta per curare ogni male. Quindi esporre un’idea, proporre qualche modesto spunto di riflessione, come anche una critica non troppo velata, rientra nella libertà personale di chiunque. Però ci si può rendere conto, pur non essendo dei geni della comunicazione, che al giorno d’oggi ogni parola potrebbe essere strumentalizzata, e a volte è comodo e divertente rimanere in questo limbo.

L’editoria è sicuramente un tema da trattare con le pinze. Come ogni ambito essa è popolata da coloro che possiedono un’enorme esperienza e che giustamente non si fanno mettere i piedi in testa da chicchessia. Quindi ricercano opere d’autore, possibilmente con uno sfondo sociale ben marcato, inseriti nella società e nel tempo dell’autore, che rispecchino, possibilmente, il suo animo, le sue sensazioni e, soprattutto, le sue frustrazioni. Libri e autori intellettualmente impegnati sono l’esempio dell’editoria classica che rispecchiano i grandi marchi editoriali, la parola d’ordine è: qualità. Ma ciò avviene veramente? E soprattutto, questa potrebbe rispecchiare una scelta opportuna ai giorni nostri?

Innanzi tutto bisogna premettere che la scelta di pubblicare opere di un certo spessore culturale è essenziale nel mondo della cultura, esse non dovrebbero mai mancare. Però, in una società come la nostra, bisogna realisticamente scostare il velo che si pone davanti al nostro sguardo e rendersi conto che la cultura, nel senso più stretto e impegnato, considerando che tutto può essere considerato cultura, non può essere l’unica fonte di approvvigionamento degli editori. In questo caso si rischia di trasformarsi in editori intellettualoidi che sacrificano la propria esistenza in nome dell’alto fuoco della verità e del sapere. Oggi invece tutto è business, anche la cultura è un business. Sembra un ragionamento cinico e distaccato, e in realtà è proprio così. Se vogliamo rimanere con i piedi per terra, se vogliamo essere realisti, dobbiamo renderci conto che nel mondo commerciale nel quale ci troviamo, dobbiamo trovare un’ubicazione nel mercato ad ogni nuova pubblicazione. Solo così si uscirà dalla famosa crisi che da anni ci viene propinata come l’apocalisse, il giudizio finale sul mercato dei libri. Il libro è un prodotto e come tale andrebbe trattato, trovandone la giusta collocazione nel mercato e, soprattutto, la giusta pubblicità, utilizzando mezzi di comunicazione più moderni e in linea con le nuove esigenze. Per fare un esempio, oramai è anacronistico e rende gli scarsi risultati che stiamo toccando con mano organizzare presentazioni in librerie, limitando la clientela, il territorio e il potere di vendita. Il tutto dovrebbe affiancarsi, o addirittura essere spostato, sui nuovi mezzi di comunicazione: i social. Essi vengono poco curati dagli editori, per avvalorare la tesi basterebbe dare uno sguardo al ridicolo numero di seguaci dei social delle case editrici, anche delle più grandi, e metterlo a confronto con i più seguiti influencer (a volte basterebbero anche i meno seguiti), perché ci si renda conto della poca forza comunicativa che possiedono coloro che vivono proprio di comunicazione.

Questo ovviamente non significa che dovrebbe venire veicolato ogni tipo di contenuto e in particolare modo quello più leggero a scapito di un contenuto impegnato, bisognerebbe semplicemente cambiare le modalità e l’approccio, aprendo (e investendo) anche al semplice intrattenimento, ai diversi generi, accantonando l’inutile pregiudizio (viene da pensare al fantasy in Italia, nazione in cui puntualmente si pubblicano fantasy stranieri, con discreto e grande successo, e mai italiani). Bisogna creare una struttura che possa, finalmente, dialogare stabilmente con la nuova comunicazione e collaborare permanentemente con piattaforme e produzioni di contenuti audiovisivi, film e serie tv, nuova frontiera dell’editoria e che essa non vuole accettare, ma a cui concede la collaborazione saltuariamente e solo per arrotondare le proprie entrate. L’editoria deve essere considerata come un business, perché certamente non si potrà ergere alla divinità che prima o poi salverà questo nostro mondo.


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