Autore o Businessman?

Due settimane, questo è il tempo che la volontà di appaiare business e editoria, si è ritagliato, sempre con una breve riflessione, senza la pretesa di esaurire l’argomento. La dissertazione, infatti, non sarebbe stata completa senza chiamare in causa la controparte dell’editore: l’autore.

Se è vero che l’editore potrebbe entrare nell’ottica del business, riconoscendo la propria attività, la propria vita e il proprio lavoro, all’interno della società e del mondo moderno, anche l’autore potrebbe ritrovarsi in linea con questo ragionamento. Uno scrittore solitamente attende che l’ispirazione lo colga, scrive il suo racconto, la sua opera, e, solo quando si ritiene soddisfatto, propone la sua creatura a un editore. In questo caso ci si trova in una duplice situazione. Innanzi tutto non si ha una produzione costante, poiché l’autore attende, lascia che l’ispirazione, dovuta alla situazione, allo stato d’animo e a una serie di componenti ambientali, gli dia l’input per il proprio lavoro. Successivamente entra in gioco l’editore a cui l’autore si affida ciecamente e totalmente, a volte senza nemmeno curarsi della propria immagine e della pubblicità del libro, se non nella misura consentita da presentazioni nelle librerie o, in alcuni casi, in varie fiere.

La visione dell’autore potrebbe venire revisionata, aggiornata, anche lo scrittore potrebbe iniziare a ragionare come se la sua abilità potesse essere un vero e proprio lavoro. Se uno scrittore è un lavoratore, di conseguenza l’ottica deve cambiare, senza la necessità di un’ispirazione, o meglio, con la capacità di incanalare la propria ispirazione. Un autore dovrebbe essere sempre produttivo, dovrebbe diversificare la sua produzione, diventando un businessman della scrittura. Ovviamente, con questa logica, non si potrà pretendere che tutte le opere partorite dalla mente dello scrittore si trasformino in capolavori, ma è possibile rendere una passione un vero e proprio lavoro.

Queste poche righe non vogliono sminuire la letteratura, il libro, una buona storia, vogliono solo ragionare su un cambio di mentalità. La figura dell’autore è cambiata rispetto al passato. Libri se ne stampano in quantità, la qualità spesso è discutibile, ma non dev’essere questa il metro di misura su cui basare un’intera produzione. Lo scrittore non è più colui che ha una statura sociale più elevata, il mentore da seguire, colui che elargisca le verità della vita. Chi scrive è una persona normale, con l’abilità di saper intrattenere e, solo in alcuni casi, la vocazione di insegnare qualcosa o veicolare contenuti alti e impegnati sfruttando questa attitudine.

Sorge comunque un problema, più etico che pratico, stiamo deturpando l’arte della scrittura?

Alla luce di quanto scritto in questa puntata della rubrica e in quella precedente, sembra che la letteratura moderna si voglia piegare alla società moderna, al consumismo dei nostri giorni, diventando così uno dei tanti strumenti di arricchimento, piegati al volere del dio denaro. Probabilmente è assolutamente vero. Però questa è la società moderna e la letteratura, come ogni altro genere di cultura, è espressione della società, della mentalità, del pensiero. Società, mentalità, pensiero, come anche la cultura in generale, non sono sovrastrutture distaccate dalla realtà, non sono ideali, e tantomeno risiedono nel platonico mondo delle idee. Essi sono elementi costituenti dell’umanità odierna, che ci possa piacere o meno, che siano condivisibili o criticabili. Non possono nemmeno essere considerati compromessi, ma modalità intrinseche della cultura moderna.

Non si può limitare la cultura, non si può limitare la letteratura, bisogna lasciarla muovere liberamente nella società moderna, vivere nel mondo di oggi, con i suoi ideali, condivisibili o meno, ma pur sempre espressione della nuova mentalità e, di conseguenza, della nuova letteratura.


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