Il Grande Vecchio

Stava lì, il grande vecchio, sotto gli occhi di tutti. Un saggio che dominava quell’ampia valle aperta tra la riva del lago e il lieve pendio della collina. Come dormiente, lasciava che il tempo scorresse inesorabile, senza scomporsi, senza mai arretrare, osservava senza occhi, ascoltava senza orecchie.

Alla sua ombra tanti uomini e donne trovavano un ristoro, nelle giornate afose dell’estate, nella gioia della brezza primaverile. Nessuno vi si avvicinava d’inverno, quando, imbiancato dalla neve, dormiva e non ascoltava più nessuno. Durante la notte, che fosse primavera, autunno, estate o inverno, nessuno si avvicinava al grande vecchio. La sua ombra si trasformava in tenebra, il suo paziente silenzio in puro terrore.

Denver era solo un ragazzino, vivace, sempre alla ricerca di nuove avventure, Sullivan molto più timido, veniva bullizzato a scuola e seguiva sempre ovunque l’amico, anche se quell’amico si divertiva a umiliarlo e picchiarlo, era comunque il suo unico amico. Quella volta anche Dustin e Nancy avevano voluto seguire la strana coppia di amici. Innamorati da così piccoli, un amore ingenuo, senza pretese, stupendo nella sua semplicità. Mano nella mano, qualche timido e impacciato bacio sulla bocca, niente di più. Forse l’amore più sincero del mondo. Quella notte si erano spinti fino al grande vecchio.

«Io non credo mi piaccia. Ora torno indietro.», disse Sullivan, singhiozzando, con i suoi bellissimi occhi verdi gonfi.

«Sei il solito rammollito, Sullivan. Dovremmo picchiarti finché non svieni e portarti di peso.», disse Denver, ridendo sinistramente, e scambiando uno sguardo di complicità con Dustin.

«Finiscila Denver, e finiscila anche tu.», esclamò la ragazza, colpendo con una gomitata il fidanzatino.

Scesero il pendio. Lui era lì. Silenzioso. Si avvicinarono. La notte era buia, senza luna. Le pile illuminavano solo a qualche metro di distanza, il giusto per evitare eventuali ostacoli. Si fermarono.

«E quindi questo è il famoso vecchio di cui tutti hanno paura?», esclamò Denver, raccogliendo una pietra da terra e lanciandola. Il rumore sordo confermò l’ottima mira di cui si vantava tanto.

«Non sembra così terribile.», disse Dustin che, dopo essersi allontanato da Nancy, iniziò a tirare sassate in direzione del vecchio.

«Finiscila, Dustin.», provò a gridare la ragazza.

«Non la finiranno, li conosco troppo bene. Sono due stupidi irrispettosi.», disse Sullivan, ancora singhiozzante e impaurito.

Denver si voltò, dicendo, rivolto a Sullivan: «Invece di parlare, vieni qui a darci una mano.»

«Perché dovrei?»

Dustin sorrise: «Perché tanto non si muove.»

«E voi lo maltrattate solo perché non si muove? Siete due poveri stupidi. Tra l’altro girano strane storie su di lui.», intervenne la ragazza.

«Non crederai a queste cazzate?», chiese Denver avvicinandosi ai due amici.

«Ci credo.»

«Anche io.», rispose timidamente Sullivan.

Denver sorrise, poggiò la pila per terra e raccolse due pietre. Le lanciò con tutta la forza che aveva verso Sullivan. Una lo colpì sulla fronte e l’altra sul petto. Perse quasi l’equilibrio. Si chinò nuovamente e ne raccolse altre.

«Fermati!», gridò la ragazza.

«Lascialo fare, Sullivan è un fifone, se lo merita.», intervenne Dustin, raccogliendo una pietra e lanciandola in direzione del ragazzino.

«Io vi odio!», gridò Nancy.

Sullivan piangeva. Cercava di ripararsi come meglio poteva, ma le pietre andavano tutte a segno. Pensò di scappare, ma qualcosa lo trattenne, forse la paura del buio alle sue spalle, quella stessa paura che lo aveva spinto tra le braccia dei suoi crudeli amici.

Il lago di solito era tranquillo, nessun movimento, nessun rumore. Improvvisamente piccole onde iniziarono a infrangersi sulla riva. Un leggero tremore scosse la terra e i piedi dei ragazzi. Le luci delle pile iniziarono a lampeggiare per poi spegnersi. Si fermarono, impietriti. Sullivan era terrorizzato. Una scossa lo percorse. Poi non sentì più nulla. Nessuna paura, nessun dolore. Chiuse gli occhi. Li riaprì. Vedeva perfettamente al buio.

«Che succede?», sentiva le voci dei suoi amici, sentiva la loro paura, ne poteva sentire l’odore, e gli piaceva.

Il respiro si fece pesante, gli occhi si iniettarono di sangue, la forma allungata della pupilla ricordava quella dei gatti. Il respiro aumentò. Corse. Afferrò Dustin, lo sollevò fin sopra la testa e, tra le urla, lo fece cadere pesantemente di schiena sul suo ginocchio. Il suono fu terribile. Rimase inerme. In un secondo si ritrovò davanti a Denver.

«Chi sei? Che fai?», balbettò il ragazzo.

Poteva sentire il suo odore, poteva vedere la sua paura, tutto questo lo inebriava. Vedeva distintamente le gocce di sudore che gli rigavano il viso. Iniziò a respirare pesantemente.

«Chi sei?», gridò il ragazzo.

«Che sapore hai?», chiese Sullivan, con voce profonda e roca.

«Sullivan? Sei tu?», chiese ancora.

«Che sapore hai?», insistette il ragazzo.

«Cosa…», non fece in tempo a rispondere. Un morso lo raggiunse alla gola. Il sangue iniziò a schizzare ovunque. Un ruggito fuoriuscì dalla bocca di Sullivan che farfugliò: «Buono.»

«Ragazzi, cosa succede? Dove siete?», sentì una voce alle sue spalle, era la voce impaurita di Nancy.

Sullivan sollevò la testa da corpo del suo amico, ormai morto, del quale stava mangiando la carne. Odorò l’aria, dicendo: «Nancy…», e terminando con un ghigno malefico. Si alzò e le corse incontro.

«Sullivan, sei tu? Andiamo via, ho paura.», disse la ragazza, piangendo.

Il ragazzo la afferrò per il collo e la sollevò. Nancy aveva lo sguardo perso nel vuoto, mentre cercava di osservare il suo assalitore nel buio, ma senza risultati. Graffiava disperatamente la mano di Sullivan, che non mollava la presa. Provò a parlare, a urlare, ma dalla bocca uscivano solo dei gemiti strozzati. Il ragazzo sorrise, strinse i denti e strinse, sempre più forte. Gli occhi della ragazza si spalancarono. Un rivolo di sangue uscì dal naso. Aprì la bocca tentando un ultimo respiro. La presa aumentò. Il collo di Nancy si piegò a sinistra. Provò con un ultimo gesto disperato a colpire l’assalitore con un calcio. Un movimento secco della mano. Uno scatto. Un rumore sordo proveniente dal collo. La ragazza si arrese. Sullivan la guardò. Aveva gli occhi socchiusi, il terrore era ancora scritto sul suo volto. Un’ultima lacrima le rigò il viso.

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