Il Fantasma

Esiste un tipo di storia che spaventa, quella spaventosa per eccellenza, il cui semplice pensiero porta chiunque ne abbia letto ad accendere la luce prima di entrare nelle stanze buie, a correre laddove non abbia a portata di mano un interruttore, a sentire un brivido lungo la schiena.

Il respiro gelido di uno spirito è come un leggero soffio che sfiora il collo. Chiunque entrasse in quella stanza aveva la sensazione che occhi indiscreti scrutassero dall’oscurità. Così accadde anche a loro, immersi nell’oscurità di quella segreta, all’interno del castello che ormai da anni era disabitato. Si percorreva un lungo corridoio di pietra, tra anguste celle chiuse da cancelli ormai arrugginiti. Di tanto in tanto una goccia cadeva e lambiva le loro spalle o le loro teste, una goccia stranamente calda. L’odore pesante dell’umidità riempiva i polmoni a ogni respiro. Non vi erano animali, pipistrelli e nemmeno insetti, tutto sembrava morto.

«In quanti saranno morti tra queste celle?», chiese lei, sorridente e sprezzante.

«A me fa paura, non voglio pensare a chi è morto qua dentro.», rispose lui, voltandosi di scatto da una parte all’altra, come per scrutare qualche oscura presenza celata tra le tenebre.

Lei rise e la risata riecheggiò sinistramente: «Ma quale paura, è solo un vecchio castello, umido e vuoto. L’unico rischio è che ti crolli in testa.»

«Io non mi sento sicuro, ho freddo, tremo.», continuava a ripetere lui.

Il castello, o meglio ciò che ne rimaneva, diventava sempre più simile a una grotta. Parte delle segrete, infatti, era stata scavata direttamente all’interno della roccia.

«Raccontano che qui venissero torturati i prigionieri.», disse la ragazza, indicando una cella angusta, nella quale la luce che filtrava da un foro posto sul soffitto e gli occhi ormai abituati al buio opprimente, dava sfoggio di catene che pendevano dal soffitto e altri strumenti poco rassicuranti sparsi sul pavimento.

«Andiamo via, questo buio diventa pesante.»

La ragazza rise ancora: «Il buio non è mica leggero o pesante.»

«Però sento un senso di pesantezza, voglio uscire di qui.»

«Io mi diverto. Dicono anche che qui l’inquisizione abbia torturato degli eretici, lo hanno fatto proprio in questa stanza. Loro non hanno confessato e sono morti.», continuò lei, sadicamente.

«Ti diverti a spaventarmi…», disse il ragazzo, voltandosi alla ricerca dell’uscita.

«Dai, scherzo. Io non credo a queste fesserie.»

Il ragazzo si voltò nuovamente: «Nemmeno io. Però il buio fa paura. Se mi dovessi raccontare le stesse storie alla luce non avrei paura.»

«Però pensa che paura se sentissimo delle voci adesso.», la ragazzi rise ancora.

«Sei stupida…», una voce interruppe il ragazzo.

I due sentirono voci simili a un borbottio, inizialmente incomprensibili, sembravano degli uomini, che ripetevano qualcosa.

«Chi c’é?», gridò la ragazza.

Le voci si arrestarono, un rumore di ferraglia provenne dalla cella alle loro spalle. I due si voltarono di scatto. Le voci ripresero, ora più chiare.

«Sembrano preghiere.», balbettò il ragazzo, tremando.

«Finitela, ci spaventate.», disse di nuovo la ragazza.

Le voci aumentarono. Sentirono un soffio di vento, leggero e gelido, che lambì loro il collo. Un brivido percorse la schiena di entrambi. Le voci si avvicinarono alle loro spalle. Si voltarono di scatto. Non c’era nessuno.

«Ok, ora diventa inquietante.», disse il ragazzo.

«Usciamo.»

I due iniziarono a camminare lungo il corridoio che li aveva portati fin lì. Le voci lentamente si allontanavano alle loro spalle. Il caldo umido che fino ad allora li aveva accompagnati, divenne sempre più freddo. Improvvisamente le voci aumentarono nuovamente d’intensità, questa volta sembravano provenire dal punto verso cui camminavano.

«Come è possibile? Erano alle nostre spalle e ora sono davanti a noi?», disse la ragazza, guardandosi intorno spaurita.

«Siamo già passati da qui.», aggiunse il ragazzo, sempre più terrorizzato.

Le voci si fecero insistenti, sembravano avvicinarsi velocemente, gli riempirono le orecchie con parole in latino, ora comprensibili e che loro comprendevano benissimo, come se fossero abituati a sentirle. Le voci tornarono alle loro spalle e si allontanarono.

«Cosa succede?», chiese la ragazza portando le mani ai capelli.

Il ragazzo non disse nulla, fissava il vuoto e il buio, immobile. Vide davanti a lui delle sagome, ma non si mosse. Si voltò lentamente verso la ragazza e la abbracciò con tutta la forza che aveva in corpo. Le torce sui muri si accesero improvvisamente. Il fuoco ora illuminava la caverna. I due si guardarono. La ragazza pianse accoratamente, al ragazzo una lacrima rigò lentamente il viso. Lui indossava l’antico abito di un monaco, sporco e strappato, aveva il volto tumefatto, i polsi e le caviglie viola e doloranti. Lei aveva un antico abito nobiliare, rifinito finemente con pizzi, ma liso e strappato in più punti. Era bellissima, perfetta. I due ragazzi fecero qualche passo indietro e si guardarono per diversi secondi, piangendo.

«Non eri un eretico.», disse la ragazza.

Lui piangeva e non rispose. Una voce riecheggiò potente tra le gallerie e diceva: “Non è lieve la dannazione, non c’è santità nell’errore, non c’è perdono per l’amore.” I due sparirono come ogni notte, nel profondo buio di quelle maledette segrete.

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