Il Mare

Puoi temere il mare? Non se sai nuotare, se ne conosci la superficie, se vedi i suoi pesci, se ti innamori dei suoi coralli, se ti immergi tra i suoi fondali. E se dovessi trovarti perso nelle sue profondità? E se le profondità coincidessero con quelle umane?

L’acqua era come sempre calma in quel periodo dell’anno. La nave continuava il suo viaggio, lenta e silenziosa. Solo il fruscio del vento sulle vele e l’infrangersi delle piccole onde sullo scafo accompagnava i pensieri del timoniere che solo fissava l’orizzonte. La notte avvolgeva ogni cosa. Le stelle, scintillanti nel cielo limpido, guidavano la rotta. Una vecchia bussola aiutava in quella traversata. Qualcosa però turbava l’uomo. Non aveva mai percorso quella rotta e prima di lui in pochi avevano tentato. Non capiva perché fosse tanto pericolosa. Il mare era calmo, l’acqua alta, nessuna secca che potesse impensierirlo, eppure quel tratto veniva evitato da ogni nave, dalla più grande alla più piccola.

Un sibilo. Veniva dalle sue spalle. Si voltò di scatto ma non vide nulla. Dei passi salirono dalla scalinata che portava sotto coperta. Comparve il capitano.

«Ancora sveglio?», chiese il timoniere.

L’uomo annuì: «Non posso dormire.»

«Ha paura, capitano? Ci sono io di guardia.»

Il capitano lo guardò fisso negli occhi per qualche secondo, lo sguardo perso, prese un respiro profondo e ripetè: «Non posso dormire.»

Il timoniere lo guardò stranito: «Perché si preoccupa tanto? La rotta è giusta. So seguire le stelle e anche la bussola.»

Il capitano lo guardò ancora, fisso negli occhi, corrugò la fronte, prese un altro respiro profondo e, lentamente, riprese la via per le scale scendendo nuovamente sotto coperta.

“Che strano, sicuramente stava dormendo. Magari è sonnambulo”, pensò l’uomo. Un secondo sibilo, questa volta più forte e vicino del primo. Si voltò. Non vide nulla.

Il capitano risalì sul ponte. Aveva un espressione minacciosa in volto. Andò spedito incontro al timoniere, fermandosi a pochi centimetri dalla sua faccia. Lo guardava dritto negli occhi, il respiro era pesante. Aprì la bocca digrignando i denti, come in un ringhio, l’alito aveva un odore nauseante.

«Capitano, tutto bene?», balbettò il timoniere.

L’uomo non rispose. Il suo volto si distese nuovamente, in un secondo, come se non fosse mai accaduto niente. Si guardò intorno, spaesato. Incrociò lo sguardo del marinaio e sorrise amichevolmente. Gli diede una pacca sulla spalla e scese nuovamente sotto coperta.

«Quindi è pazzo? Questa volta ho avuto paura.», disse l’uomo, sottovoce.

La navigazione procedeva, tranquilla. Il timoniere aveva quasi dimenticato quanto accaduto con il capitano. La preoccupazione aveva lasciato il posto alla serenità. Un terzo sibilo. Questa volta molto più forte delle prime due. Una luce illuminò il cielo, proveniva da una grande scia che lo attraversava velocemente. Per un secondo tutto fu illuminato a giorno. Poi il silenzio. Anche quel poco vento smise di soffiare. La nave si fermò. L’uomo si guardò intorno, sorpreso, ma non spaventato. Improvvisamente un’onda colpì lo scafo facendo inclinare l’imbarcazione. Non appena passò il timoniere alzò la testa per osservare la rotta grazie alle stelle. Non ne vide nemmeno una, il cielo era completamente nero. Guardò la bussola, ma la lancetta girava vorticosamente. La paura lo assalì. Afferrò la corda della campana e iniziò a suonare disperatamente. Si fermò. Non sentì nulla. Suonò ancora. Quando si fermò di nuovo sentì una campana che rispondeva in lontananza. Suonò una terza volta. Si rese conto che sentiva l’eco della sua campana.

«Cosa succede?», chiese sottovoce.

Si guardò spaesato intorno, avvolto da una nebbia che lentamente ricopriva tutto e da un silenzio irreale. Iniziò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo. Nessuno rispose. La nebbia si fece sempre più spessa.

«C’è nessuno!», gridò.

Sentì dei passi davanti a lui. Non vedeva a causa della nebbia. Divennero sempre più veloci. Comparve la faccia del capitano, deformata in una smorfia che lo faceva sembrare un animale rabbioso. Era sporco di sangue che colava dai denti e dalla bocca. Si lanciò contro il timoniere.

Una voce in lontananza. Il buio lentamente si diradava. Gli occhi si aprirono mettendo a fuoco lentamente quello che lo circondava.

«Finalmente ti sei svegliato.», disse il capitano, ridendo.

Il timoniere spalancò gli occhi e arretrò gridando. Poi si calmò e disse: «Mi scusi, colpa di un incubo.»

Il capitano rise: «Le storie su questo tratto di mare ti hanno fatto male. Vai di sotto a riposare.»

Il timoniere si alzò lentamente. Il mattino era sereno. Guardò la bussola, perfettamente funzionante. Tirò un sospiro di sollievo e scosse il capo, sorridendo. Scese le scale. Scivolò sull’ultimo gradino, cadendo pesantemente in terra. Stordito cercò di rialzarsi, ma continuava a scivolare. Guardò le mani, erano sporche di sangue. Intorno i suoi compagni giacevano morti ammassati l’uno sopra l’altro, alcuni di loro erano smembrati. L’uomo strisciò all’indietro e usò le scale per rialzarsi. Si guardò ancora intorno. Tremava. Pensò di urlare, ma si trattenne. Gli sembrò che qualcuno ancora si muovesse in quel groviglio di corpi. Ma no, non si muoveva nessuno. Erano rimasti solo lui e il capitanò. Sentì dei passi che scendevano i gradini alle sue spalle.

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