La Violenza nei romanzi gialli/noir

Argomento tabù per eccellenza insieme al sesso: la violenza. Sembra che intorno ad alcuni argomenti cada un velo che, come fosse un muro invalicabile, non permette a nessuno di raggiungerli, a volte nemmeno una serena discussione. Infatti, parlando di violenza, immagino che chiunque, in linea con la nostra cultura, senta un brivido lungo la schiena e sia più attirato dalla sanguinosità della tematica piuttosto che da uno spunto di riflessione culturale.

Innanzitutto sarebbe bene ricordare che la violenza è parte integrante dell’uomo, fa parte a tutti gli effetti del modo di rapportarsi al mondo che lo circonda. Dalla banalità di un temporale che potrebbe essere percepito come violento, fino al comportamento per noi così istintuale e irrazionale di un qualsiasi animale, per lui semplice modalità di comunicazione richiesta dalla sua natura. La violenza potrebbe essere considerata come uno dei modelli di interpretazione della realtà che ci circonda. L’uomo vede, comprende, interpreta anche attraverso la violenza. Non solo, la violenza è anche una modalità comunicativa, l’estrema modalità, ma rientra a pieno titolo nella categorizzazione della comunicazione. Infine la violenza, compresa quella sanguinosa e mortale, è apice della ritualità, ultimo mezzo di comunicazione col sacro, si pensi ai sacrifici che, cruentemente, creano il più diretto e indissolubile contatto con il divino.

La violenza diventa anche teatralità, mezzo con il quale si racconta una storia, strumento tramite il quale si crea quel pathos estremo e ideale per donare a un romanzo noir quella giusta dose di brivido, essenziale per la sua buona riuscita. L’uccisione potrebbe quindi essere considerata come il momento in cui la finzione diventa reale, tramite quel pizzico di ‘paura’ e disagio, creando una sorta di collegamento empatico. Perciò l’esempio del sacro torna come unione tra il personaggio e il lettore, tra la storia separata dalla realtà e l’esistenza di una persona che legge al di là delle pagine e l’inchiostro. Quindi si tratta di una separazione da colmare, separazione sia in termini fisici che mentali, intellettuali e di natura stessa del racconto (si da il caso che si tratti in tutto o in parte di una finzione, perciò per sua stessa natura separato dall’esistente per eccellenza), e guarda caso sacro significa proprio ‘separazione’, anche se ha connotati completamente differenti e che non si vogliono miscelare a una così frivola riflessione.

Violenza come punto di contatto, unione. Violenza come pura espressione umana. La violenza è parte integrante dell’uomo, della sua vita, del suo essere. Deve obbligatoriamente essere contemplata all’interno di un racconto, e a maggior ragione in un romanzo, che ha come elemento fondante quella rottura della routine del reale, espressa in un evento forte e segnante. La forza di un evento è la colonna portante di qualsiasi comunicazione, la quale richiede attenzione. L’inquietudine suscitata da un omicidio risulta sicuramente il momento censura più alto che si possa immaginare, tanto da imprimere, sia mentalmente che fisicamente, uno slancio di curiosità mista a una sottile e piacevole irrequietezza nel procedere lungo le trame intessute dall’autore.

Per concludere possiamo attribuire a questa così demonizzata arte di saper sfruttare l’oscurità dell’animo umano, il punto focale su cui si costruiscono storie coinvolgenti. Ciò avviene, non per il gusto del macabro, non perché ci si diverte a immaginare il male commesso su altri esseri umani, ma per creare l’atmosfera adeguata su cui costruire quel racconto che abbia come colonna portante quel cupo sentimento. Le emozioni, infatti, sono la base dell’intrattenimento come del divertimento, e non vanno mai demonizzate e quindi soffocate in ogni modo perché ritenute sbagliate, a volte addirittura pericolose. Un sentimento, finché rimane nell’ambito della fantasia, dell’intrattenimento e del puro divertimento, rimane un semplice sentimento, una curiosità, niente più di questo. In alcun caso si può vietare ad alcuno di provarlo, di immedesimarsi, perché così facendo, oltre a limitare il diritto di espressione dell’autore, si limitano le svariate possibilità del lettore, il quale non vuole più sottostare, almeno da un punto di vista intellettuale, soggetto alle leggi etiche e morali che fin troppo opprimono la vita reale. Con quest’ultima frase non si vogliono definire le leggi etiche e morali opprimenti in senso assoluto, né tantomeno sbagliate, esse sono indispensabili per la vita della società, che siano condivisibili o meno devono essere condivise da tutti, si vuole solo ragionare su quanto siano inutili e controproducenti i tabù. Infatti essi hanno il solo compito di limitare la libertà espressiva e nient’altro. Ciò che è giusto o sbagliato, come un reale omicidio, è chiaro per tutti e comporta un tabù reale (non si uccide!), la sensazione che esso suscita non può però essere limitata in alcun modo, perché essa, sempre inquietante e mai divertente (almeno per le menti equilibrate), è strumento utile a suscitare il sentimento che, estrapolato dalla realtà, rimane la pura e semplice emozione, il puro e semplice intrattenimento che prende origine dal coinvolgimento intellettuale, mentale, morale, fisico ed emotivo.

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