Paura

Qual è la più grande paura di un uomo? Cosa gli scatena il più profondo terrore? Ciò che non può combattere, ciò che non vede, oppure ciò da cui non può scappare. Solo una situazione incarna queste tre prospettive: la morte. E quando questa arriva lenta, dopo una lunga lotta, rendendo fisico uno dei suoi attributi, allora il terrore diventa reale. Solo in quel caso un uomo potrebbe venire risucchiato nel suo peggiore incubo, un incubo senza fine.

Il silenzio è probabilmente il più profondo compagno che ognuno si porta dietro, a volte come una zavorra, altre volte come un buon compagno. Per Steve era un nemico subdolo. Lui, sempre abituato alla folla, si trovava a suo agio tra gli amici, nel caos di una discoteca. Era in silenzio, solo, mentre camminava. Senza una meta, con l’unica voglia di staccare da quel mondo troppo rumoroso, quel mondo che era riuscito a confondersi anche nei suoi pensieri.

A volte si era ritrovato in situazioni impossibili, e ne era sempre uscito senza problemi, ma quella volta fu diverso. Proprio quel giorno gli si avvicinò un furgone, mentre camminava sul ciglio di una strada poco trafficata, e tutto divenne buio. Un senso di nausea, di stordimento, voci che si accavallavano in lontananza, un dolore lancinante al collo. Quella posizione in cui lo avevano sdraiato, era quella il problema. Era rannicchiato in un angolo, eppure gli era parso che quel furgone fosse ampio. Perché non lo avevano disteso? Provò a muoversi, ma sentì una fastidiosa pressione sui polsi, sembravano legati dietro la schiena, così come le caviglie. Provò a urlare, ma dalla sua bocca non uscì nulla, se non un gemito. Le buche lo scossero. Batté la testa, la schiena si allungò in modo innaturale, tirava maledettamente. Un’ombra si avvicinò. Il buio.

Eccola, era la luce che tanto attendeva, sfocata, ma accecante. Gli occhi erano incollati, si aprivano. La posizione era decisamente più comoda, il collo non faceva più male. Anche le voci sembravano chiare.

«Che lavoro del cazzo.», diceva uno di loro.

«Ti lamenti sempre.», gli risposero.

«Scavare sotto il sole, con cinquanta gradi all’ombra, come si fa?»

«Come facciamo tutti noi.», rispose una terza voce.

Sicuramente erano tre uomini. Steve non pensava, non immaginava la sua fuga, però quella posizione non era normale, risvegliarsi legato in quel modo con quegli sconosciuti non era normale, come non era normale nemmeno che stessero scavando proprio vicino a lui. Ma non pensava a nulla. Voleva solo capire il motivo per il quale fosse finito in quella situazione. Quella scommessa della settimana precedente? No, non aveva ripagato quel ragazzo, ma lui non lo conosceva. Il litigio in discoteca? Aveva importunato quella ragazza e si era preso qualche pugno allo stomaco, forse uno anche in faccia. Chi può saperlo, il giorno successivo non ricordava più nulla. Non poteva essere nemmeno quello. Si era scusato, almeno così avevano raccontato i suoi amici. Il conto del bar, mai pagato? Probabile. Anche se quell’anziano e gentile signore che lo gestisce non sembrava proprio il tipo rancoroso che lo avrebbe seppellito. Già, ucciso e seppellito.

«Solleviamolo.», ancora una voce, sembrava essere diversa dalle altre, o forse non lo era.

Lo trascinarono, lo sollevarono e lo posarono nuovamente. Qualcuno gli liberò polsi e caviglie. Era stretto, le braccia ci stavano appena. Ancora buio. Ma questa volta era sveglio. Alcuni colpi. Poi tutto si mosse. Non era morto, che succedeva? Tutto si fermò. Ancora delle botte. Il silenzio. Di nuovo silenzio. Quella era la vera pace.

Steve spalancò gli occhi, d’improvviso. Riusciva finalmente a muoversi, anche se si sentiva rallentato. Si guardò intorno, ma era tutto buio. Con le mani, a tastoni, si rese conto che delle pareti di legno gli bloccavano i movimenti delle braccia verso l’esterno. Sollevò le mani quel poco che gli era consentito. Altro legno. Provò a sollevare anche la testa, sbattendo su quello che sembrava essere un coperchio. Era dentro una scatola? Qualcosa di fine, una sorta di polvere, cadde dall’alto, entrandogli in bocca. Era terra. Ne cadde dell’altra. Provò a muoversi, provò a battere sui lati, in alto, non vedeva assolutamente nulla.

«È una bara.», disse.

Il respiro si fece pesante, accelerando sempre di più. I movimenti sempre più decisi.

«Aiuto!», gridò con la voce roca e tutto il fiato che aveva in corpo.

Non ottenne alcuna risposta. Se fosse stato veramente sotto terra nessuno lo avrebbe potuto sentire. I muscoli iniziarono a fargli male. Sentì dei crampi. Non riusciva più a respirare dal naso, aprì la bocca. Sollevò il capo per cercare altra aria, ma la gola si seccò dopo aver inalato altra polvere. Tossì. Credette di soffocare, inclinare la faccia per sputare la terra non sembrava essere abbastanza. Capì che aveva bisogno di tutta l’aria di cui ancora disponeva. Riuscì a portare le mani sopra il petto. Con tutta la forza rimasta provò a sollevare il coperchio, ma senza ottenere risultati. Si fermò, prese un respiro profondo, e colpì con due colpi le assi di legno davanti a lui. La copertura si scostò di qualche centimetro. Entrò della terra. Era sotto terra. Gridò ancora. Il respiro si fece affannoso. Aveva un po di spazio in più per le mani. Provò disperatamente a scostare il coperchio. Lo graffiò. Aprì la bocca cercando di respirare più aria possibile. Lo fece inutilmente. In bocca non entrò più ossigeno. Le vene del collo gli si gonfiarono. Spalancò gli occhi. Le mani si abbassarono lentamente. Gli occhi iniziarono a chiudersi. E ancora buio.

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