E se…

Si svegliò come tutte le mattine, si alzò già stanco della giornata. Quella maledetta sveglia non si spegneva, ma poteva volare sul muro, e lo fece. Non suonerà più. Quando afferrò la tazza in cui doveva versare il latte il manico si staccò. Cadde a terra e si ruppe. Un imprecazione, tra sé. Tanto era solo, chi mai avrebbe potuto sentire? Ripulire quel casino faceva sempre perdere minuti preziosi. Di solito lo avrebbe lasciato così, ma non quella mattina, quella mattina no.

Che fatica scendere le scale quando non ne hai voglia, non aveva nemmeno lavato i denti, non si era lavato, solo vestito velocemente, per non perdere nemmeno un minuto. La gente per strada era strana, non lo guardava nemmeno in faccia. Ok, di solito nessuno lo avrebbe mai osservato, ma di solito tutti hanno lo sguardo basso, quella volta no, quella volta ognuno guardava dritto davanti a sé, nel vuoto. Un bambino sorridente. Finalmente qualcuno che non era perso nella vita di tutti i giorni, ma che guardava al futuro, anche quello immediato, con allegria, con speranza. Mi guardò e, distratto da me, non si rese conto che il marciapiede finiva proprio là. Un auto sfrecciò, colpì proprio quel bambino. Aveva la testa alta, guardava davanti a sé, ma era distratto, distratto da uno che aveva lo sguardo perso nel vuoto, distratto da me. Corsi. Lo guardai. Non era ridotto bene. Se solo fosse uscito all’ora giusta in quel momento sarebbe già stato in ospedale, al suo posto, e lo avrebbe accolto, lo avrebbe curato. Invece avrebbe trovato quel cretino del turno di notte, che non avrebbe saputo dove mettere le mani. Lo lasciò li, dopo aver dato appena qualche informazione all’autista che si era fermato. Corse verso l’ospedale.

Quanto può essere scivolosa la strada in una mattina d’inverno? E dopo una gelata notturna? Forse l’auto non era riuscita a frenare in tempo proprio per quel motivo. Comunque cadde. Fu veramente doloroso. Davanti a lui vedeva l’ingresso del pronto soccorso. Provò a rialzarsi, ma la gamba non rispondeva più. L’ambulanza arrivò proprio in quel momento. Eccolo, era proprio quella specie di dottore, stava accogliendo il bambino. Chiese a un passante l’aiuto necessario per rimettersi in piedi. L’uomo non lo ascoltò e tirò dritto. Non riusciva proprio a tirarsi su. Per fortuna una signora di una certa età non si tirò indietro e cercò di aiutarlo. Si alzò e zoppicante arrivò all’ingresso del pronto soccorso. La barella usciva in quel momento.

Gli operatori dell’ambulanza imprecavano: «Come cazzo lo togliamo tutto questo sangue?»

Quella frase lo fece inorridire. Continuò a camminare, zoppicante, lentamente, con la gamba che faceva sempre più male. Iniziò anche a bruciare, la trascinava come una zavorra, ma continuava. Vide il dottore, chiacchierava e rideva con gli altri infermieri, mentre compilava una cartella clinica. Iniziò a guardarsi intorno, non vide nessuno. Finalmente scorse un lenzuolo, ricopriva un corpo, all’interno di una delle stanze d’emergenza. Entrò. Il lenzuolo bianco era macchiato di sangue all’altezza della testa. Il corpo sembrava essere di un bambino. L’uomo uscì, sconvolto. Vide il collega che continuava a scherzare. Si avvicinò e gli strappò da mano la cartella, vide che stava compilando un certificato di morte, di un bambino.

«Che cazzo fai?», chiese il medico.

«Ridi? Un bambino muore e tu ridi?»

L’uomo fece spallucce e scoppiò in una risata: «Ma cosa vuoi, fatti controllare quella gamba e vieni a lavorare. Ti stiamo aspettando da un’ora.»

«Hai lasciato morire quel bambino.», gridò.

«Ma cosa fai? Quel bambino sarebbe stato un tuo paziente, ma sei arrivato in ritardo.»

«Perché ridi?»

L’uomo sorrise ancora: «Piangere è inutile. Vedo la morte tutti i giorni e non voglio rovinarmi la giornata per un bambino che non sta attento a dove mette i piedi.»

Un pugno. Solo un pugno. Con violenza e con tutta la forza possibile. Il dottore cadde. L’uomo tornò nuovamente nella stanza, zoppicante. Si fermò, impietrito, di fronte a quel corpo. Afferrò il lenzuolo e lo scostò. La testa era quasi completamente decomposta, il sangue marcio colava dalla lettiga, gli occhi fuoriuscivano dalle orbita. Puzzava e delle mosche ronzavano intorno al capo. L’uomo barcollò all’intero, inorridito. Gli venne un conato.

«Ma che…», disse, mentre cadeva pesantemente all’indietro, urtando un carrello. sentì un dolore lancinante alla nuca. Svenne.

Si svegliò come tutte le mattine, si alzò già stanco della giornata. Quella maledetta sveglia non si spegneva…

Continua…

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